Karl Heinrich Ulrichs: un eretico del XIX secolo / Giorgio Battistoni

Vorrei aprire la mia relazione con le parole con cui Ulrichs stesso si presentò ai suoi contemporanei esordendo così:
“Sono un sovversivo. Mi ribello contro la situazione esistente perché ritengo sia una condizione di ingiustizia. Combatto per la libertà dalla persecuzione e dagli insulti. Mi appello al riconoscimento dell’amore urningo (omosessuale). Mi appello a questo riconoscimento da parte dell’opinione pubblica e dello Stato. Così come l’amore sessuale dioningo (eterosessuale) è riconosciuto innato sia dall’opinione pubblica che dallo Stato, chiedo che da parte di entrambi ci sia il riconoscimento che anche l’amore sessuale urningo sia (considerato) altrettanto innato” (Vindicta, 1).  Citazione a pag. 118, Hubert Kennedy, “Ulrichs”.
     La risposta a questa dichiarazione di principio non sarebbe tardata a giungere per bocca di un eminente Dottor Lissauer, attivo in una clinica privata per malati di mente a Bendorf vicino a Coblenza, il quale dichiarò che:
“Il presente libretto (Vindicta) non fornisce prova della naturalezza di questa immoralità, ma è piuttosto un contributo alla letteratura dei disturbi di mente parziali. Seguendo l’idea della natura, secondo la quale il rapporto sessuale dovrebbe aver luogo solo con lo scopo della procreazione, quell’altra soddisfazione del desiderio sessuale, che chiama in causa l’immoralità, la ricercatezza, o la tendenza invertita del pensiero, è anormale e per un essere umano è al massimo grado inutile o morbosa. (…) Perciò, nei casi portati in tribunale, gli esperti in medicina dovrebbero valutare la condizione mentale della persona in esame e decidere se si tratti di immoralità o di malattia mentale; allora, forse, molti di coloro che ora vengono mandati in istituti di correzione o in prigione, potrebbero, attraverso un trattamento adeguato in un riformatorio o in un istituto di cura mentale, capire la tendenza invertita del loro amore e tornare a vivere con nuove idee sulla soddisfazione del desiderio sessuale più conformi alla natura. Citazione pag. 117.
     Karl Heinrich Hulrichs, nato a Aurich in Germania nel 1825 e morto a L’Aquila nel 1895, era certamente coetaneo del Dottor Lissauer. La faccenda mi mette un poco a disagio, in quanto, per la mia formazione e i miei studi, sono abituato a contestualizzare i fatti che mi accingo ad affrontare. In questo caso, però, mi pare impossibile poter entrare in una storia comune ad entrambi i protagonisti, in quanto i due paiono appartenere a tempi storici lontani anni luce: da un lato il tentativo di Ulrichs di affidare la sua perorazione al Diritto positivo e alla neutralità delle Scienze sperimentali, dall’altro lato uno psicologo il cui dottorato è nutrito di luoghi comuni ed edificato sui principi astratti che da millenni hanno stabilito cosa è morale (sano) e cosa è immorale (malato, quindi necessario di drastiche cure). Su questo argomento tornerò in un secondo tempo, cercando, ora, di dire alcune altre cose strettamente inerenti ad Hulrichs.
     Ulrichs era avvocato e divenne, anche se per breve tempo, assistente procuratore nel regno di Hannover. In veste di giurista, la prima volta in cui parlò dei diritti degli omosessuali fu nel 1867 a un incontro del Congresso dei Giuristi tedeschi tenuto a Monaco. Ovviamente scatenò un putiferio, fu zittito, e non gli fu permesso di concludere il suo intervento. (pag. 23).
     Precedentemente, nel 1865, aveva pubblicato dei libretti che presentavano una nuova teoria “scientifica” inerente il fenomeno omosessualità: la cosiddetta teoria del “terzo sesso”, cioè la presenza di un elemento femminile (di un gene si direbbe oggi) che, innato e naturale, sarebbe stato la base scientifica che avrebbe determinato una fondatissima richiesta di abolizione delle leggi antiomosessuali in vigore.
       A questo riguardo, l’autore della biografia che sto presentando, Hubert Kennedy scrive:
 “Nonostante la mia ammirazione non condivido la convinzione di Ulrichs che uno studio della biologia dell’omosessualità debba alla fine, necessariamente, portare ad una accettazione generale dei gay. Hulrichs supponeva l’esistenza di un “germe” invisibile, responsabile dello sviluppo dell’omosessualità (…), e soprattutto, credo che la STORIA mostri che, anche se una spiegazione biologica fosse possibile, questo non porterebbe automaticamente a un migliore trattamento degli omosessuali” (pag. 25). 
     Mi sento ora di portare alla vostra attenzione sia l’“opinione pubblica e lo stato” ai quali si appella Ulrichs per il riconoscimento giuridico degli omosessuali, sia l’incredulità che mostra Kennedy (ed io stesso) nei riguardi di Stati che, malgrado le cosiddette prove scientifiche, potrebbe comunque rimanere, proprio in sintonia con l’opinione pubblica e una “morale comune”, tetragoni ad accogliere a braccia aperte gli omosessuali.
     Concludo questa parte del mio intervento, invitandovi alla lettura di un libro che non può che colpire a fondo chi lo legga. Quanto afferma Mario Consoli a pagina 9 della sua Introduzione: 
“Fin dal primo istante, quel che mi aveva appassionato in lui era il coraggio dimostrato nel difendere gli omosessuali. Un coraggio unito ad un appassionato desiderio di cambiarne la sua e la loro triste sorte attraverso la dimostrazione scientifica e gli strumenti culturali che aveva a disposizione”. 
     Concludendo questa prima parte del mio intervento, intendo anticipare il fine che mi prefiggo: indicare quando e dove prese forma l’ingiustizia millenaria toccata agli omosessuali e ad altre categorie di uomini e donne che qualche mente eccelsa stabilì fossero indegni di appartenere al genere umano: indegni persino di vivere.
     Queste le parole di Hulrichs che pongo ad epigrafe del mio tentativo:  
“Colpendo alla cieca con la cosiddetta spada della giustizia, già troppo spesso si è rivelata spada dell’ingiustizia con gli eretici, gli ebrei e le streghe” (Vindex, 10). Cit. a pag. 97.

*  *  *
     Nel 335 d.C., il cristianesimo diventa, con il Concilio di Nicea, la religione di stato. L’impero di Costantino dichiara la morte degli dei pagani e la fine delle religioni che, fino a quel momento, avevano convissuto nel pantheon di una libertà politica concessa ad ogni fede (mitraica, isiaca, eleusina, misterica, egizia, etc.): purché gli adepti di quelle molteplici religioni rispettassero il patto col “diritto romano”. Fino a quel momento le morali religiose e le leggi della stato avevano occupato due diversi piani dell’essere: mondana la prima Lex, spirituali le seconde.
     Con l’affermazione “politica” del cristianesimo inizia l’escalation dei peccati verso il loro materializzarsi nella vita aldiquà. Il peccato dell’anima diventa un reato della carne, al cui processo giuridico e sociale non potrà sfuggire alcuna appartenenza religiosa o morale diversa dalla dominante. Infatti, nelle tavole della legge ricevute da Mosè sul Sinai sta scritto, indelebile: “Io sono il Signore Dio tuo. Non avrai altro Dio al di fuori di me”. Questo è il dio della Bibbia delle tre religioni monoteiste: Giudaica, Cristiana e Musulmana (quando, quest’ultima, nel 650 d.C. si affaccerà sul mondo).
     Sarà poco dopo Costantino, che Teodosio I, l’ultimo imperatore a regnare su di un impero ancora unificato, dichiarerà solennemente, nel 347, che il Cristianesimo era la religione unica e obbligatoria dell’Impero. Non penso sia stato un caso che con la religione cristiana al potere, l’antico peccato di sodomia sia diventato un reato connesso a nuove normative giuridiche. Infatti, poco dopo Teodosio, fu l’Imperatore Giustiniano I che, nel 535 d.C., rese costituzionale, con il suo Corpus iuris civilis, una sodomia indicata come la causa delle carestie, dei terremoti e delle pestilenze. Ad un peccato di tale portata, pena adeguata sarebbe stata la morte per decapitazione.  
       Al cristianesimo - la religione che ancora oggi vanta il primato in Occidente forte delle autorità politiche con le quali flirta da secoli - corrisponderanno, in amorosi sensi, le autorità secolari che fin da subito trovarono funzionale ai loro obiettivi mondani e ai loro progetti politico-economici, andare a “braccetto” con una morale unica e divina (mono/teista, appunto), che non mancava del realismo politico e compromissorio che le permetteva di parlare di pace evangelica mentre si alleava con i signori della guerra. Tale fu la costante di una “santa alleanza” che fondeva le parole d’amore del Nuovo Testamento con le più brutali vicende terrene di sopraffazione e di odio per il nemico, per il diverso, per l’altro.
     Al potere “terreno” applicato dalla longa manus militare e civile, la religione cristiana contribuì direttamente e profondamente: essa ad aver offerto al potere i due termini coi quali esercitarlo in maniera totale: la carne e la psiche. Questo sistema - psicosomatico - aggiornato da Gustave Le Bon col suo libro del 1895, “L’educazione delle masse”, divenne, pochi decenni dopo la pubblicazione, il “breviario” delle dittature del ‘900: fascista e nazista in primo piano.  Questa tipo di educazione delle “folle”, infatti, utilizzò 1) l’apparato poliziesco e giuridico ufficiale per esercitare il dominio sul comportamento dei cittadini, 2) i servizi segreti a comprimere - con gli agenti deputati a seminare il terrore - la mente, il pensiero stesso delle persone.
      A questo aspetto totalitario del dominio esercitato dai sistemi cui abbiamo accennato, la religione aveva offerto il modello: i confessori ad agire con il Pentimento che vaglia i segreti più segreti della psiche dell’uomo. Confessarsi un sacramento che implica un complesso di colpa nel cui confronto l’intera comunità cristiana vive la propria inadeguatezza nel timore delle punizioni divine fra le fiamme dell’inferno o, indotti con la tortura delle inquisizioni a confessare, a confessare anche ciò che non sapevano di pensare: o perché pensiero recondito o perché fatto riemergere con le minacce e con la violenza fisica. Finalmente venuta alla luce, e confessata, la colpa avrebbe potuto sperare nell’assoluzione dalle fiamme del rogo se il pentimento fosse stato comprovato dalla delazione e il reo avesse fatto i nomi dei complici: di chi condivideva stesse idee, peccati e reati. Questa procedura, toccata a molti nemici della Chiesa, non risparmiò neppure Galileo Galilei.
    Per l’altro verso, la religione cristiana aveva da sempre promosso se stessa e nutrito il potere militare o civile coi quali amoreggiava, con lo strumento bis del potere: i “mezzi di comunicazione di massa” che, non va dimenticato, fino a non molti decenni fa erano i pulpiti delle chiese, le prediche nelle piazze, le processioni nelle città, il catechismo negli oratori, i sacramenti.
    Questo bifronte apparato educativo - agente dentro l’uomo e fuori - a rispondere in pieno alla “psicologia di massa” che Wilhelm Reich definì tipologica dei fascismi.
     La massificazione delle coscienze, con la morale comune che ne è spina dorsale, diventerà forma mentis per il più alto numero di fedeli indottrinati, a/critici, “dotati”, si fa per dire, del più basso livello di conoscenza e consapevolezza critica individuale.
     Questa “psicologia di massa” si nutre ed è nutrita di luoghi comuni, di formule verbali, di morali della favola, di slogan, di atti di fede, di dogmi, facili da imparare a memoria e da ripetere meccanicamente senza darsi la pena di andarvi a fondo: come faceva mia nonna quando recitava il requiem in latino senza chiedersene il significato in italiano, e come ben sapeva il Ministro della Propaganda del “III Reich”, Joseph Goebbels che, al riguardo della politica razzista, antisemita e omofobica del suo governo, poteva affermare, con improntitudine, che era sufficiente ripetere ad libitum un “sì” o un “no” per farli digerire al popolo che poteva tranquillamente ignorare gli assunti filosofico-razziali che - segreti o esoterici fossero - il popolo delegava volentieri alle élite, ai capi. La massa avrebbe memorizzato il refrain e, indipendentemente dal processo di conoscenza che non è appannaggio e obiettivo delle “folle”, lo avrebbe ripetuto a memoria come si ripete la parte più orecchiabile di qualsiasi canzonetta ascoltata alla radio.
      Questo modo di acquisire già belli e confezionati dal potere politico e/o religioso in cattedra, i giudizi di valore su questo o su quello, i “sì” o i “no” coi quali condannare o promuovere le genti, determina le risposte istintive, immediate, pavloviane, che attestano la fideistica adesione morale e comportamentale dei sudditi destinatari del messaggio elementare, che risponderanno al mittente in modo altrettanto elementare: come risponde un eco.
      Ci vorrà poco a capire che il “deicidio”, cioè l’omicidio del “Figlio di Dio” avvenuto circa 2.000 anni fa, avrebbe inseminato, e non più abbandonato, un “regicidio” meritevole delle più dure punizioni da comminare agli assassini in vita e ai loro discendenti in esilio: gli ebrei. Ci vorrà poco a capire che se la Bibbia, radice delle tre religioni monoteiste, condanna l’omosessualità fin da Sodoma e dai sodomiti, questa colpa non potrà che essere ancora più profondamente radicata nella memoria e nella psicologia di massa dei cristiani, i quali, ben poca fatica faranno a trarne le debite conseguenze: a condannare e a punire coloro che dio stesso condannò fin dalle origini del mondo.
     Peccati e reati sedimentati nella memoria collettiva, e debitamente rammentati nelle chiese, che risulteranno inemendabili fin tanto che l’ebreo non si convertirà al cristianesimo e l’omosessuale, invertito per antonomasia, non si convertirà all’unico vero amore: l’amore eterosessuale con le naturali conseguenze di passare dallo stato di “sterilità” a quello della “fecondità” carnale e morale.     
    Cercando di approfondire ulteriormente l’argomento che insisto a mantenere entro i confini della storia della “morale” teologico-monoteista e delle devianze da essa generate, intendo sottolineare l’aspetto che tocca un tasto degno di tutto il nostro interesse.
     Nella Bibbia (Gen., 19, 30-38) è scritto “crescete e moltiplicatevi”, “siate fecondi”. Questo “crescete e moltiplicatevi” non era un ordine divino tassativo o assoluto, bensì uno stimolo rivolto ad un popolo nomade che avrebbe dovuto moltiplicare le proprie forze e le proprie braccia per non soccombere agli “armati” delle città edificate, fortificate e difese (come Gerico) poste a salvaguardia di un territorio che il dio biblico avrebbe concesso agli ebrei soltanto se gli ebrei se ne fossero dimostrati degni, strappandolo, con le loro forze, ai popoli adoratori degli idoli, ai politeisti delle diverse etnie e religioni ivi stanziate. Dunque, una “terra promessa”, non regalata!
     Trasformata in “comandamento”, questa disposizione divenne una colonna portante del cristianesimo, un principio morale e un dovere da assolvere al di là delle condizioni storiche date. Mancare a questo “comandamento” un peccato mortale. La fecondità, dunque, non più una questione legata alla sopravvivenza del clan, della tribù, di un popolo in divenire o a rischio di estinzione, ma una faccenda dottrinale, teologica e, dunque, radicata in un documento (?) vecchio di 6.000 anni (circa), il quale, meritando gli onori di un tempo biblico, divino, soprastorico, avrà validità per sempre e, perciò, valido ancora ai nostri giorni.             
    Da ciò, la procreazione, il fare figli, la funzione unica dell’accoppiamento strappato ideologicamente dalla natura, dalla storia e dalle loro dialettiche, per essere consegnato al dogma e alla decodifica affidata ai ministri del dogma, i quali, della loro elitaria castità fanno intanto il non plus ultra di questa “teologia della coazione” sessuale applicabile al popolo e di una dottrina appannaggio della casta sacerdotale che si arroga il diritto di legiferare e di stabilire come, perché, quando e con chi, il cristiano comune debba usare gli organi genitali.
     E’ ovvio che a questa sessualità - organizzata secondo un “racconto” argutamente destoricizzato per poterne trarre un dogma - risulteranno estranei tutti gli infecondi: impotenti, frigide, portatori di malattie veneree o genetiche, chi è sterile. E non v’è dubbio che coloro che per vizi di forma, di natura o di ragione non metteranno al mondo figli, incorreranno nella marginalizzazione religiosa: infatti, peccato e malattia del corpo e/o dell’anima, risulteranno comuni tanto ai portatori di handicap, quanto ai celibi e alle nubili per vocazione o per destino: queste ultime chiamate “zitelle”. Tutti questi infecondi da considerare fuori dall’armonia del creato per non avere rapporti sessuali “dogmaticamente” normali, cioè prolifici.
     Fra questi anormali, in primo piano le coppie di omosessuali e di lesbiche che, per come la chiesa concepisce la funzione deterministica, finalistica, del maschio e della femmina, non si accoppieranno per il piacere di farlo, ma per obbedire al dettato divino il cui fine è la riproduzione: e ciò malgrado che la stessa chiesa contempli eccezioni e concepisca, con i suoi ministri e i suoi santi, i suoi mistici e le sue mistiche, una alterità che esenta “certi uomini”  e “certe donne” dalla fecondità imposta ai “laici”.
    Ad essere assente da questo paradigma teologico è la funzione offerta dalla natura alla storia dell’uomo: la funzione del piacere; tutt’altra cosa, il piacere, dall’istinto sessuale e dal calore animale! Il piacere a possedere una sua interna dinamica: propedeutica, educativa, promozionale, conoscitiva, indispensabile a dar vita, e a mantenere in vita, gli incontri che ci aprono all’altro. Non è forse vero che qualsiasi incontro tra individui ancora sconosciuti è salutato da: “Piacere di conoscerla”, al quale l’altro risponde: “Il piacere è mio”? Senza una adeguata attenzione al piacere e alla sua storia, nessuna conoscenza potrà mai significare di più di un rapporto ridotto alla meccanica dell’istinto e della riproduzione in serie …anche se nobilitata da “ragioni” ultramondane, trans-storiche e trans-personali.


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          Siamo partiti da Costantino, da Teodosio e da Giustiniano per indicare quale fu la morale radicale imposta dalla Chiesa e felicemente sposata dalle autorità mondane che, nel corso di molti secoli, cambiarono i nomi senza che alcuna di esse abbandonasse la rassicurante àncora che fissava il “potere temporale” all’“eterno”.
     Seguiamone brevemente il tragitto.
     Per i secoli dell’Alto Medioevo (VI-XII sec.), la Chiesa, affaccendata come fu ad affrontare lo spostamento dell’Impero da Roma a Bisanzio, a difendere la propria esistenza dalle invasioni barbariche, dall’affermarsi della religione musulmana, dalla spasmodica attesa dell’Apocalisse nell’Anno 1000, soprassedette su tutta una serie di peccati/reati/ che, però, ritornarono in auge nel Basso Medioevo (XII-XV sec.), quando, all’epoca del suo massimo splendore-potere-forza contrattuale e politica, la Chiesa Trionfante poté sfoderare la biblica intolleranza contro tutti gli eterodossi che le venivano a tiro: costoro rappresentando le contraddizioni di un sistema di potere che si concepiva assoluto e che non poteva permettersi alcuna sbavatura.
     Attraverso i mezzi di coercizione fisica concessi e appoggiati dai governi e dalle politiche di turno, si aprirà, nel basso medioevo, la caccia alle streghe, agli eretici, agli ebrei e agli omosessuali: tortura, roghi, condanne a morte, scomuniche, gli strumenti inquisitori per mezzo dei quali reprimere il dissenso e piegare al monismo religioso ogni diversità vera o presunta. L’epoca del maggior splendore del papato fu l’epoca delle maggiori violenze, delle più feroci persecuzioni e delle più efferate pene, comminate ai marginali e ai diversi: ebrei ed omosessuali in testa. La “sodomia”, l’orribile peccato che, a detta di Tommaso d’Aquino, sarebbe stato “ben peggiore dell’adulterio e dello stupro, pari solo alla bestialità”, cioè alla copula con gli animali.
     A ruota della religione cristiana, che fu assai vicina a diventare la Teocrazia dominante l’Italia dalla Sicilia alle Alpi, la stessa società comunale si dotò di una giurisprudenza sempre più radicale contro gli omosessuali, leggi che contemplavano, come negli Statuti Bolognesi e nello Stato della Chiesa, la condanna a morte sul rogo. Nella Costituzione di Siena, i “sodomiti” erano puniti con l’esilio e chi dava loro ospitalità in casa era punito con la morte. In questi stessi Statuti si legge che l’omosessuale che non paga la multa dovuta al suo vizio doveva essere condannato all’impiccagione per i genitali. A Firenze, fino al 1400, gli omosessuali non venivano puniti con il rogo, ma con multe pecuniarie associate alla castrazione e al taglio della mano destra se il reo si dimostrava recidivo.
     Durante il XIV secolo, la pena capitale tramite il rogo viene adottata in tutta Italia, e verrà mantenuta nel XV secolo, condannando anche la sodomia tra uomo e donna: la sodomia, ovviamente, non è riproduttiva. Una tradizione “religiosa” e penale dura a morire, se nell’applicazione pratica delle leggi anti-sodomia degli Stati Uniti (le sodomy laws), il rapporto orale, anche eterosessuale, è stato effettivamente perseguito e punito fino al 2003 in alcuni stati dell’unione. Fellatio e cunnilingio, ovviamente, non sono riproduttivi.

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     Il Rinascimento (1450-1600 ca.) meritò questo nome in quanto la cultura dei filosofi e degli artisti di questo periodo imboccò una strada diversa da quella teologica che aveva messo “fuori legge” la civiltà (greco-romana!) che aveva contemperato la convivenza di religioni e divinità diverse. Si chiamò “rinascita” perché la cultura della classe dominante (i Medici di Lorenzo il Magnifico) riaffidò le “arti” e l’“arte di vivere” alla philos-sophia che aveva preceduto la teologia cristiana: ritornavano in auge Platone, Aristotele, Pitagora, etc., e con essi tornavano a far parlare di sé gli antichi déi pagani. In parole povere, ritornava in auge l’antichissimo scontro tra la paideia di Atene e quella di Gerusalemme.
     La Filosofia cessava di essere l’“ancella della Teologia”, come era stata nel Medioevo,  per tornare a riaffermare il suo primato sul pensiero dell’uomo e le sue leggi. Con la “sua” morale, la “sua” etica, la sua “estetica”, la “sua” politica, la “sua” fisica e la “sua” metafisica, la Filosofia tornava ad essere “maestra di vita” nella nuova polis: la spina dorsale della rinata repubblica e della democrazia per come era stata concepita dalle élite dei i filosofi del platonismo.
     Lorenzo de Medici aveva mire politiche espansionistiche, ma i tempi non erano maturi per attuare questo programma culturale in Italia e, tanto meno, in Europa: ciò che sopravvisse al suo ambizioso progetto, in ogni caso, non fu poca cosa: il “Rinascimento” delle Arti in Italia e in Europa. (Solo con l’Illuminismo del XVIII secolo la Filosofia sarebbe riuscita a liberarsi dal giogo teologico che la volevano “ancella”, per diventare, in prima persona, lo strumento principe al quale affidare l’educazione in Europa e nel mondo degli europei).
     Comunque, la Firenze medicea è ancora nota come “Piccola Atene” e “Accademia Platonica” è il nome con cui passò alla storia il circolo di filosofi e sapienti che gravitavano intorno a Lorenzo. In quel contesto rinasceva la morale dei tempi “classici”, la morale che liberava l’omosessualità - almeno tra le classi dirigenti - dalle catene politicamente e teologicamente in auge: l’omosessualità di Marsilio Ficino e Pico della Mirandola era chiamata “amor divino”. In parole povere, nella “Piccola Atene” l’omosessualità cessò di essere giudicata in chiave assolutamente ed esclusivamente religiosa.
     Accademie platoniche meno potenti di quella che era la “casa madre” delle accademie che in quel periodo sorsero in Italia, o furono sedotte con blandizie, o rimesse in carreggiata con le minacce o ferocemente e duramente combattute con la forza. Esempio l’Accademia Romana di Pomponio Leto, accademia che elevava la bellezza maschile sopra ogni altra bellezza. Un “ideale” che costò lo scioglimento dell’Accademia e che costò agli accademici e al loro capo torture indicibili e lunghissime pene detentive. Queste pene cessarono quando, alla morte di Papa Paolo II nel 1471, il soglio pontificio fu occupata da Papa Sisto IV il quale, stranamente, riabilitò i colpevoli di questo reato elevandoli, addirittura, a posizioni e cariche importanti. Pomponio Leto e i suoi sodali poterono così fondare a Napoli (lontana da Roma) una nuova accademia neo-platonica e tornare a scrivere libri di lode in onore della bellezza virile. Uno dei più famosi è quello dedicato al più giovane e bello di Roma, Alessandro Cinuzzi, morto all’età di 16 anni.

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     Nei secoli XVI-XVIII, baluardo della morale e della legge cristiana fu l’Inquisizione della Cattolicissima Spagna, un’istituzione in piena attività fino a quando fu abolita dal governo napoleonico. Questa istituzione definì la sodomia un peccato “atroce”. Questo peccato/reato godendo, si fa per dire, d’una gerarchizzazione che poco tempo dopo si sarebbe affermata come metodo scientifico per classificare le piante, gli animali e lo stesso genere umano. In questa classificazione (o “tassonomica” ante litteram) la sodomia fu qualificata come “genere”: genere “perfetto” se commessa da due uomini, “imperfetto” se commesso da un uomo e una donna. Da questo peccato di genere a discendere i relativi sottogruppi: una varietà di “famiglie” di sodomiti dediti alle più svariate pratiche sessuali contro natura: l’accoppiamento con animali, l’uso di falli artificiali, la fellatio e il cunnilingio, la masturbazione in prima o in seconda persona indipendentemente dal sesso della prima e della seconda persona.
     La Cattolicissima Spagna fu pure antesignana di un approccio destinato a diventare “scientifico” qualche tempo dopo: una genetica ante litteram che non avrebbe lasciati indifferenti molti liberi pensatori e scienziati del XVIII e XIX secolo e che avrebbe terminato il suo iter ideologico e discriminatorio nell’Eugenetica del Terzo Reich. Gli spagnoli, infatti, a considerare, prima dei nazisti, l’ereditarietà una questione di sangue, per cui venne naturale a costoro espellere da un corpo sano coloro che non godevano della “limpieza de sangre”. In qualche modo, questi altri ad essere portatori di un male incurabile che si sarebbe trasmesso geneticamente dal padre e dalla madre ai figli e alle generazioni a venire e che, come una pestilenza, avrebbe potuto trasmettere, attraverso i matrimoni misti, l’infezione al popolo cristiano. In Spagna l’espulsione, la tortura o la morte colpirono eretici, ebrei ed omosessuali, anche se questi ultimi scamparono all’accusa genetica toccata agli ebrei dato che agli omosessuali si poteva imputare di tutto tranne una trasmissione del loro virus per via di riproduzione ed ereditarietà.
     Qui giunti, non sarà male rammentare che Dante, già nel 1300, aveva definito incestuosa la tresca fra “la spada e il pastorale”, cioè tra il potere temporale e quello spirituale, indicandone l’origine nella donazione di Costantino alla Chiesa (Purg., XXXIII). Le tremende conseguenze dell’incesto, vedevano la Chiesa di Bonifacio VIII agire come la biblica puttana di Babilonia: puttaneggiare con Federico il Bello, re di Francia, definito il “gigante” col quale essa delinque.
 
  
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    L’Europa in cui Hulrichs visse la sua esperienza di intellettuale, non fu quella dei roghi delle streghe, degli eretici, degli ebrei e degli omosessuali: fu l’Europa post Illuminista che vedeva l’affermarsi della mentalità scientifica, l’Europa che era parsa distaccarsi, in nome della “ragione”, dall’imprimatur che la Chiesa aveva apposto da secoli sulle decisioni politiche e giuridiche delle amministrazioni temporali.
     Eppure, da quello che si può evincere dalla lettura della biografia di Hulrichs, le conquiste dell’Illuminismo, la vittoria della “dea ragione”, se valsero a risparmiargli il rogo, la tortura, la castrazione, o la prigione a vita (una prigionia che in Inghilterra non risparmiò invece  Oscar Wilde), non valsero a risparmiargli la violenza morale, la “gogna” spettante a chi, nel 1862, ebbe il coraggio di dichiarare pubblicamente e per primo in assoluto la propria omosessualità intenzionato a difenderla nelle sedi più prestigiose.
     La battaglia ideologica che Hulrichs affrontò, affondò nel disinteresse generale, nella neutralità dei metodi scientifici, nello snobismo di chi considerò il suo tentativo di dare dignità al proprio sesso, il tentativo di un vizioso che attendeva - pure! - il consenso pubblico: quando invece era sufficiente leggere i libri dei “libertini” (de Sade in testa, don Giovanni e Casanova al seguito) per rendersi conto di cosa sarebbe accaduto nella società dei “lumi” lasciando carta bianca a questi adoratori della più sfrenata sessualità, a questi depravati senza dio e senza limiti morali.
     A mio parere, Ulrichs non considerò con la dovuta attenzione né la morale biblico-teologica che ancora teneva insieme le masse, né il conformismo di coloro che rappresentavano al meglio un sistema culturale, politico e religioso antiquato ma rassicurante: psicologi, scienziati, giudici, filosofi, i quali, malgrado i circa 100 anni trascorsi dalla fine del rapporto “incestuoso” tra agli uomini delle istituzioni pubbliche e la morale cristiana, rispondevano ancora a uno schema mentale inossidabile come quello che rimette il giudizio non alla responsabilità personale, bensì a un alibi inattaccabile: il volere di dio e dei suoi amministratori d’una Giustizia eguale in cielo e in terra.
      Una mentalità dura a morire quella che delega la morale agli esperti: esperti in materia di morale biblica e di eccellenze autoreferenziali. Una mentalità con la quale Ulrich si sarebbe scontrato per l’ennesima volta quando, a seguito della unificazione della Germania (1870-1887) si riaffermò vincente la severissima legge prussiana antiomosessuale. Quest’ultima ingiustizia socio-politica, assommata alle precedenti disillusioni, furono determinanti a fargli abbandonare il suo Paese come un esule che, in terza persona, parlò di sé con queste parole: “Si scrollò la polvere dai piedi, lasciò il dominio dei paragrafi, andò in una terra più libera”. Per trascorrere a L’Aquila gli ultimi 18 anni della sua vita.

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     Certo, si potrà dire che quello era un altro mondo, eppure, malgrado i progressi della scienza e delle tecnologie belliche e pacifiche, e nonostante la scoperta della psicoanalisi, pare proprio che il “trauma originario infantile” non sia stato superato neppure nel XX secolo.
     Ancora negli anni ’40 l’omosessuale subì condanne non per ciò che aveva fatto (contro qualcosa o qualcuno), ma per “essere” al mondo, per il solo fatto di esistere. Una condanna a morte a priori (morte civile o fisica), e perciò senza bisogno di processo, in quanto il solo fatto di vivere provocava il rigetto da parte di coloro che erano le copie carbone della “bella copia” al potere. In Italia gli omosessuali furono esclusi dalla vita “civile” proprio per essere stati la mala copia della “bella copia” incarnata dal trombeur de femme che era Mussolini. Un film è sufficiente a ricordarcene l’umiliazione civile e sociale: “Una giornata particolare” di Ettore Scola.
      Le condanne a morte agli omosessuali, furono invece scritte a lettere di fuoco dal Nazismo, che intendeva fondare una nuova religione - paganesimo o arianesimo si voglia definire! -  che iniziava proprio come si era affermata nel Basso Medioevo la teocrazia cristiana: togliendo dalla faccia della terrai i diversi, gli eretici (dal nazismo chiamati oppositori), gli ebrei, gli omosessuali e i portatori di handicap.    
     Scrive Sebastiano Mauri, a pagina 87 de “Il giorno più felice della mia vita”: “Per i diversamente abili, i non vedenti, gli amputati, le vittime di incidenti autostradali e i malati di artrite deformante, ci sono ottime notizie: tutti sollevati da ogni compito devozionale”. Dato che, è scritto nel Levitico 21, 17-21:
“Nelle generazioni future nessuno dei tuoi discendenti che abbia qualche deformità si avvicinerà per offrire il pane del suo Dio; perché nessun uomo che abbia qualche deformità potrà accostarsi: né il cieco, né lo zoppo, né chi ha una deformità per difetto o per eccesso, o una frattura al piede o alla mano, né il gobbo, né il nano, né chi ha un difetto nell’occhio, o ha la rogna o un erpite o i testicoli ammaccati. Nessun uomo che abbia qualche deformità si avvicinerà per offrire i sacrifici consumati dal fuoco per il Signore”.
     Non vorrei apparire blasfemo, eppure questo elenco di difformità e disabilità che impediscono ai minorati di ogni ordine e grado di presentarsi davanti al Signore (“dio degli eserciti”), mi ricorda la legge nazista che condannava a morte colore le cui vite erano contrassegnate esattamente come “vite indegne di essere vissute”.
    Avviandomi alla conclusione, ricorderò le crociate che la Chiesa scatenò negli Anni ’70 e ’80 invitando alla sollevazione i propri fedeli, la gerarchia ecclesiastica e i partiti, contro l’approvazione delle leggi sul divorzio e sull’aborto in Italia.
     Ma per giungere da quelle “crociate” ad una crociata recentissima, sottolineerò, per bocca di un testimone diretto (Sebastiano Mauri, op. cit., pp. 135-147), ciò che accadde in Argentina nel 2010 quando si fece serrata l’alzata di scudi della religione contro la legge dello Stato argentino che intendeva promuovere la legge che avrebbe rese possibili le nozze tra gay. Forse la citazione sarà lunga, ma sono certo che varrà la pena ascoltarla, magari solo per ricordare quanto la morale cristiana serpeggi ancora nel tessuto nervoso del XXI secolo.
Anche Jorge Mario Bergoglio, l’arcivescovo di Buenos Aires in quegli anni, è stato molto attivo nell’opporsi alla legge per il matrimonio egualitario in Argentina. Nemico dichiarato dei coniugi Kirchner, entrambi presidenti, uno ex e l’altro attuale, ha preso di petto la sfida. Come prima cosa, ha mandato una lettera alle suore di clausura dei quattro conventi di Buenos Aires, presto circolata in rete, in cui ha invocato la Guerra Divina (…). Ha scritto: “Non si tratta di una semplice lotta politica, ma di una pretesa distruttiva del piano di Dio. Non si tratta di un mero progetto di legge - questo è solo lo strumento - ma di una ‘mossa’ del padre della menzogna che ha la pretesa di confondere e ingannare i figli di Dio”. In parole povere, è volere di Belzebù. E poi ha aggiunto: “Questa guerra non è vostra, ma di Dio” (…).  I vescovi hanno minacciato i politici di contrastarli nelle prossime campagne elettorali se non si fossero allineati. Alcune scuole cattoliche sono arrivate ad assegnare come compito a casa la caccia di firme contro la proposta di legge per il matrimonio e le adozioni omosessuali (…). Infine, durante la grande manifestazione dell’11 luglio 2010, è stata letta una sua lettera aperta (di Bergoglio) ai fedeli, che dice: “Qualora si attribuisse un riconoscimento legale all’unione tra persone dello stesso sesso, o le si garantisse uno statuto giuridico analogo al matrimonio e alla famiglia, lo Stato agirebbe illegittimamente e si porrebbe in contraddizione con i propri obblighi istituzionali, alterando i principi della legge naturale e dell’ordinamento pubblico della società argentina”. E continua: “Sarebbe una discriminazione ingiusta nei confronti del matrimonio e della famiglia attribuire al fatto privato dell’unione tra persone dello stesso sesso uno stato di diritto pubblico” (…).
     I fedeli intervistati a margine di questa manifestazione oceanica: “si sono lanciati in eclettiche previsioni di apocalissi di vario genere. C’è chi ha pronosticato la disintegrazione della famiglia, chi quella della società argentina. C’è chi ha previsto un’epidemia di Aids, chi ha vaticinato per Buenos Aires la stessa sorte di Sodoma e Gomorra”.

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     Giunto alla fine potrei tranquillamente tornare all’inizio della storia e ripeterla, in quanto espunte le pene corporali (escluse nel mondo occidentale, ma applicate nel mondo musulmano dei nostri giorni) sembra che nulla sia cambiato circa la “morale” primitiva che ancora condiziona una massa imponente di “fedeli” che pensano - o che dovrebbero pensare! -  come si pensava in tempi biblici, imperiali o nel basso medioevo.
     Da realista quale sono, credo che le soluzioni, per quanto parziali, vadano sempre perseguite in quanto “tappe” di un lungo viaggio. Resto però convinto che né la scienza, né la filosofia delle “tolleranze”, né la giurisprudenza, né l’ottenimento d’una parità di trattamento formale con l’acquisizione dei “diritti civili”, possano risolvere il problema dell’omosessualità - e di ogni altra “diversità”! - fintanto che saranno considerate con l’ottica delle leggi di un dio infallibile e della volontà divina pronunciata dalle bocche, fallibilissime, dei suoi portavoce …anche se questi amministratori della giustizia di dio, dismesso l’abito talare, si presentano travestiti da civili o da politici invitandoci a non chiedere troppo, ad essere moderati, ad accontentarci: infine, ad accettare il compromesso tra lo stato e la chiesa sottoscrivendo nuovi concordati, dei quali tacciono l’inconciliabilità strutturale destinata a restare tale e quale finché esisterà un diavolo omosessuale e l’acqua santa dei cristiani più realisti di Cristo, il quale Cristo accolse a braccia aperte gli esclusi dal potere e dalla giustizia degli uomini, senza mai pronunciare una sola parola contro gli omosessuali o a favore di una qualsiasi campagna demografica a favore delle nascite.
     Sì, dunque, al riformismo, senza però dimenticare chi è il nemico primo della libertà sessuale, che se vogliamo che le cose cambino davvero è necessario fare la rivoluzione: una rivoluzione che se non sarà armata come quella marxista-leninista, sia la “rivoluzione culturale” che permise ad Ulrichs di affermare con orgoglio: “Sono un sovversivo”.
Giorgio Battistoni 
19. 07. 2015















  







     Nell’epoca dei “lumi” e della “dea ragione”, l’epoca che vide l’affermazione della filosofia e delle scienze, non mancarono però gli esempi di una teologia morale che non intendeva ritirarsi dalla scena pubblica per lasciare il passo ad una giurisdizione che riprendesse a considerare distinti il piano dello spirito e quello della materia e della carne. Infatti, per atti sodomitici fu bruciato vivo nel 1726, in Francia, un tenente di polizia. Nel 1730, nei Paesi Bassi, circa 250 uomini vennero convocati davanti alle autorità competenti per rispondere del reato di sodomia. Per 91 di essi fu decretato l’esilio, per altri 91 ci fu la condanna a morte. Nel 1731, un giudice, da solo, condannò a morte per sodomia 22 persone, una delle quali aveva appena 14 anni, ricevendo le congratulazioni di un pastore protestante.
     Dal codice penale francese il reato di sodomia scompare nel 1791 due anni dopo lo scoppio della Rivoluzione Francese. Anche Napoleone terrà fuori dalle disposizioni di legge tutti i cosiddetti “atti contro natura”, eppure nel 1835 furono condannati a morte per questo reato turpe e nefando, due inglesi e, ben ultimi tra i paesi occidentali ad abolire il turpe e nefando peccato/reato di sodomia, furono gli USA nel 2000.
     La rivoluzione francese, le leggi napoleoniche e la filosofia degli illuministi, concorsero a gettarsi dietro le spalle - senza però liberarsene! -
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     Forse col senno di poi, mi sento di dire che Ulrichs commise tre errori ed uno per tutti e tre. Un errore fu confidare nell’oggettività della scienza che in quel momento storico era ancora alla ricerca di se stessa e non poteva certamente prendere in considerazione il suo brancolare alla ricerca di una prova biologica che attestasse che la sessualità omosessuale fosse geneticamente uguale ad ogni altra sessualità ereditata dalla natura e che, perciò, l’omosessualità non fosse quel vizio “contro natura” di cui godeva la pessima, millenaria fama. Un secondo errore fu quello di indicare nella cultura della Grecia classica (lui grecista e latinista) una paternità ed un ideale che potesse riscattare la sessualità omocentrica relegata da secoli nelle galere degli stati filo vaticani e confessionali e sedimentatasi nei più triti luoghi comuni ormai sulla bocca di tutti. Il terzo errore, sempre a mio avviso, fu quello (lui giurista!) di affidarsi a dei giudici e ad una giurisdizione legata a filo doppio coi nazionalismi, con le piccole patrie, con gli interessi di parte, col potere dominante e con gli interessi economici di questo o di quel protettore di giudici difensori della morale in cattedra.      


    Malgrado che in questo spaccato di storia i Papi fossero distratti dall’anglicanesimo in divenire (è del 1533 la scomunica di Enrico VIII) e dal protestantesimo di Lutero e Calvino (è del 1545 il Concilio di Trento), la Chiesa non perse di vista la sodomia colpendone innanzi tutto la parte più debole: i prostituti, i quali, a Venezia, erano puniti con frustate o con il taglio del naso se bambini inferiori ai dieci anni. A Roma, (cito): “un travestito, arrestato in compagnia di una cortigiana, finì bruciato sul rogo dopo un rito particolarmente crudele”.
     Un po’ come ai giorni nostri, anche allora era più facile punire i peccati se commessi dai deboli - i puttani -, più complicato punire i puttanieri, i cosiddetti “utilizzatori finali” della merce.




     Al triangolo umano tipico e sacro per eccellenza - padre / madre / figlio - fa infatti da strano, divino paradigma, un triangolo omocentrico: padre / figlio / spirito santo, nella cui triangolare e circolare articolazione asessuata, il terzo ente a cui guadare estatici ricorda assai da vicino la transessualità di chi è uno ed altro senza essere né l’uno né l’altro, bensì l’unico con due nature, o ali di colomba, distinte. Perché no, allora, un essere di sesso maschile con caratteristiche femminili anch’esso non riproduttivo eppure trattato nobilmente?            




“Meditate, meditate gente, se questo è un uomo …..”  Levi


 
s com’era iniziata ; delCiò che vedo sempre presente – magari serpeggiante dietro il concetto di una benevola e fasulla morale della tolleranza nominale – è l’atteggiamento mentale e il comportamento delle maggioranze per bene a che vede ancora nell’omosessuale in carne ed ossa, un alieno nei cui confronti tfilosofie tolleranti, gli omosessuali subirono ancora altre condanne a morte, qualcuno : furono condannati nelle camere a gasancora soppressi finirono nelle camere a gas, questa volta nel nome di una nuova religione: ne-- ò


     A Galileo Galilei era stato contestato il sistema che avrebbe posto il sole al centro dell’universo e la terra intorno alla quale tutto era stato fatto ruotare fino a quel momento, finiva degradata alla stregua degli altri pianeti del sistema solare. Una offesa alla centralità dell’uomo che la Chiesa non poteva ammettere: era in questione lo stesso creazionismo biblico e la posizione di Adamo ed Eva nel centro del creato. Una verità di fede tanto profondamente radicata nel monoteismo cristiano, che non poteva essere dubitata neppure con il battito di una ciglia che sarebbe occorso per apporre un occhio al cannocchiale indicato da Galileo. Una verità più alta di ogni altra, una parola più vera di ogni altra parola, dimostrava la ragione della Chiesa. Era scritto nella Bibbia: (Giosuè, XII-XIII) che Giosuè parlò all’Eterno e disse alla presenza di Israele: “Sole fermati su Gabaon, e tu luna sulla valle di Ajalon. Così il sole si fermò in mezzo al cielo … e non si affrettò a tramontare per quasi un giorno intero”.






L’epoca dei Nazionalismi necessitava di una unitarietà di intenti che non consentiva tentennamenti o dubbi: se la legislazione  Non è da sputare w k     Proprio l’Europa di Ulrichs - la cui vita intellettuale si svolse fra il 1845 (lui ventenne) e la data della sua morte avvenuta nel 1895 - è l’Europa che io personalmente non ho alcuna intenzione di racchiudere nei suoi fasti socio economici, né nello sviluppo che godettero le sue conquiste tecnologiche e scientifiche. E’ mia intenzione, invece, segnalare l’immoralità di quella Europa costituitasi su piedi d’argilla di una morale infantile. Pertanto, prima di proseguire con il discorso iniziato con Costantino, mi vedo obbligato a dichiarare ciò che io penso: nessun sentimento umano che si possa classificare sotto il concetto di amore per un'altra persona e di fusione con esso o con essa, lungi dal poter essere considerato una malattia o una patologia dell’uomo, è per me medicina e cura delle afflizioni imposte proprio da chi si erge a giudice e a curatore delle nostre azioni e dei nostri sentimenti anticonformisti, ribelli ad una degradazione storica andata contro natura. L’amore, qualsiasi esso sia, non è una questione da affidare alla scienza o alla morale in auge per guarirne, ma, al contrario, un tema da rimettere alla conoscenza del connubio “amore e sesso” o, se si preferisce, “sesso e amore”. Il contrario del fenomeno che amputa il sesso per farsi amore asessuato, platonico, astratto e, infine, amore religioso: come l’amore che discende da dio e che a dio deve risalire.
RICORDATI LA RIVOLUZIONE FATTA DA GALILEO QUANDO LA ASTROLOGIA DEI MILLENNI PRECEDENTI FU TRASFORMATA IN ASTRONOMIA.

/     Associazioni di idee che, stanti al traino del disvalore attribuito ai riluttanti o agli esclusi dalla “morale comune” che sposata dai governi confessionali e dalle loro leggi al traino di una tradizione biblica: tradizione in auge sia per giudicare gli ebrei, sia per giudicare gli omosessuali. Il passo, forse, non sarà breve, ma condurrà comunque alle leggi (e leggende!) che connoteranno gli Stati secolari, i quali, stranamente antiebraici, antisemiti e omofobi, lo saranno proprio al traino d’un lei-motive religioso.


/    Ma perché non si pensi che io abbia il dente avvelenato nei confronti della religione cristiana nella quale sono nato, dirò poche parole per indicare proprio nel “mono/teismo”, che indica un unico dio per i giudei, i cristiani e i musulmani, ciò che più mi fa tremare i polsi. Mono, cioè “uno” o “unico”, ha il difetto di considerare ciò che non è identico, ciò che non è uguale al dio biblico e alla sua parola, una deviazione dalla norma che per i cristiani si è mondanamente affermata, come ho anticipato, nel 350 d.C, e per i musulmani, con Maometto, nel 650 d.C.
     Queste due religioni, legate come sono a filo doppio con i loro supporter o sponsor politici e militari, mirano, al passo con costoro, all’espansione territoriale, a conquistare sempre nuovi territori e popoli, nuove anime, da consacrare al dio che non ammette deviazioni dal “monotipo” cristiano o musulmano: di contro, gli altri “tipi umani” definiti pagani, selvaggi, infedeli, eretici, politeisti, etc. Il dio unico dei cristiani e dei musulmani, monopolistico qual è, implica, infatti, con il suo attributo di creatore unico del cielo e della terra, una legge, una scienza ed una morale universalmente valide (potenzialmente imperialiste!) che giustificano un missionariato che sarà concluso solo quando, a mettere fine al mondo degli idolatri, degli atei, degli agnostici, dei devianti, etc., sarà la morale cristiana o la legge musulmana estese in tutto l’orbe terracqueo.
     Un giudizio a parte merita il giudaismo che, tutt’altro che immune da un teismo assoluto, come si evince dal dio della Torah (la nostra “Bibbia”), ha almeno il merito di essere una religione che non prevedere attività militari o pedagogiche con il fine di convertire, con le buone o con le cattive, altri popoli alla propria fede. Il giudaismo, infatti, geloso della propria primogenitura vive, in attesa ancora del Messia e della fine dei tempi, nella nicchia assegnatagli da dio sia per punire quel popolo da colpe ancestrali, sia per farlo sopravvivere a testimonianza vivente della presenza di dio nel mondo. /