Il nazismo contro i gay, di Daniele Speziari

In Germania, fin dal 1871, data dell'unificazione, esisteva una legge, il cosiddetto Paragrafo 175, che puniva con la prigione fino a 5 anni, ogni atto omosessuale fra uomini, anche quando adulti consenzienti e anche in privato. Tale legge, probabilmente voluta per compiacere la piccola borghesia puritana, depositaria della morale tradizionale, era comunque, prima del nazismo, poco applicata oppure lo era in modo intelligente, e cioè per punire, soprattutto, la violenza sessuale vera e propria. Negli anni Venti del Novecento partono anche iniziative per chiederne l’abrogazione, tra cui, nel 1930, una petizione firmata da seimila personalità pubbliche e tre premi Nobel (Albert Einstein, Hermann Hesse e Thomas Mann) e promossa dal dottor Magnus Hirschfeld, fondatore dell'Istituto per le scienze sessuali di Berlino.
Hirschfeld, omosessuale, ebreo e socialista, è uno dei maggiori rappresentanti del nuovo clima culturale che si sviluppa in Germania fra la Prima e la Seconda Guerra mondiale, durante la cosiddetta Repubblica di Weimar. È un periodo in cui fiorisce anche, a Berlino e, in misura minore in altre grandi città, come Monaco o Hannover, una vera e propria subcultura gay, un movimento strutturato precursore di quelli che esistono attualmente in Occidente. Purtroppo sarà proprio questo carattere organizzato, completamente assente per esempio in Italia, ad agevolare la persecuzione degli omosessuali sotto il nazismo, in quanto Hitler, contrariamente a Mussolini, si sarebbe trovato davanti a un gruppo coeso e facilmente identificabile, un bersaglio più facile. Una volta scovato uno dei membri della “rete” sarebbe quindi stato facile risalire agli altri.
Come la persecuzione degli ebrei, anche quella degli omosessuali si può spiegare ricorrendo al concetto di “razza” (precisiamo fin da ora che si parla qui solo di omosessuali maschi, in quanto le relazioni tra donne non erano nemmeno contemplate dal Paragrafo 175, un po' perché le lesbiche erano ritenute “recuperabili” ai fini della riproduzione, un po' perché ritenute più facilmente controllabili per il fatto stesso di essere donne, quindi ipso facto sottomesse). Così come gli ebrei, con il loro sangue impuro, rischiavano di compromettere la qualità della razza, così gli omosessuali incidevano sulla quantità, in quanto, seppure “ariani”, si rifiutavano di contribuire alla crescita demografica di questo popolo eletto.
Le due persecuzioni, contro gli ebrei e contro gli omosessuali, hanno quindi un'origine comune nell'ideologia nazionalsocialista e soprattutto iniziano insieme, vale a dire, fin dagli inizi, fin dai primi giorni successivi alla presa del potere da parte di Hitler. Già nel 1933 tutti i locali e luoghi di ritrovo per omosessuali vennero chiusi, e le associazioni sciolte o indotte a sciogliersi. Una delle date più cruciali è il 1935, quando il Paragrafo 175 non solo non viene abrogato ma viene pure modificato in senso più restrittivo: 10 anni di carcere anziché 5, e inoltre diventava punibile qualunque forma di comportamento omosessuale, comprese le fantasie, le intenzioni, i semplici abbracci... Spesso in realtà anche il solo sospetto poteva bastare, tanto che difficilmente le persone accusate di omosessualità avevano diritto ad un vero e proprio processo, se non altro perché la mole di arresti era tale da impedire alla giustizia di assicurare un processo a tutti. Si procedeva quindi, perlopiù, in maniera sommaria e arbitraria. Nel frattempo la Gestapo si era dotata di un'apposita sezione dedicata alla lotta all'aborto e all'omosessualità, i due nemici per eccellenza da combattere per assicurare la propagazione e il predominio della razza germanica, e sempre nello stesso periodo, in ogni caso ben prima dello scoppio della Seconda Guerra mondiale, erano stati aperti i primi campi di concentramento (tra i primi Dachau), destinati all'internamento delle categorie di persone “indesiderate” dal regime fra cui, appunto, anche gli omosessuali.
Cosa fare degli omosessuali? In realtà i nazisti, oltre a spedirli nei campi, non si rassegnarono facilmente all'idea di non poter “guarire”, quindi recuperare, gli omosessuali (come succede ancora oggi con le cosiddette “terapie riparative”), anzi ci provarono in vari modi: per esempio costringendoli ad avere rapporti sessuali con le donne, esse stesse prigioniere ai limiti dello sfinimento, dei bordelli presenti nei campi (per quanto possa sembrare incredibile, ne erano stati aperti, con la denominazione di “edifici speciali” originariamente per distogliere i detenuti politici da intenti sovversivi contro il regime) oppure tramite esperimenti medici aberranti di vario genere (per esempio l'impianto di ghiandole che secernessero testosterone). Più in generale, gli omosessuali facevano parte della categoria di detenuti utilizzati come cavie umane per testare nuovi prodotti e sostanze, in sostituzione degli animali: abolire il passaggio dal test sull'animale al test sull'uomo permetteva ai nazisti di ottenere i risultati sperati più rapidamente. Nessuno scrupolo tratteneva i nazisti dal servirsi di cavie umane, visto che erano scelte fra degli Untermenschen (esseri umani inferiori, assimilabili in fondo, per dignità, a degli animali).
Come è noto, ogni prigioniero dei campi di concentramento portava un segno distintivo corrispondente al suo gruppo di appartenenza. Una stella a sei punte gialla era riservata agli ebrei, un triangolo rosso ai prigionieri politici (comunisti) e agli omosessuali maschi era riservato un triangolo rosa, in segno di scherno. Secondo le (poche) testimonianze dei superstiti (vedi Heinz Heger, Gli uomini con il triangolo rosa) il triangolo rosa degli omosessuali era persino più grande di alcuni centimetri, quindi più visibile rispetto ai triangoli riservati agli altri gruppi, così che l'omosessuale era facilmente riconoscibile anche da lontano. Non stupisce che agli omosessuali fosse riservato un trattamento particolarmente crudele, non solo da parte delle SS, che li assegnarono ai lavori più duri e umilianti (come la pulizia delle latrine ad Auschwitz-Birkenau) ma anche da parte degli altri detenuti, che si portavano dietro dalla loro educazione pregiudizi radicati e sentimenti negativi nei loro confronti.
Del resto mettere i detenuti gli uni contro gli altri faceva parte della tattica nazista di annientamento totale della persona. La cosiddetta “soluzione finale” con cui i nazisti puntavano a liberarsi dei soggetti indesiderati prevedeva infatti lo sfruttamento di forza lavoro, in condizioni di vera e propria schiavitù, fino allo sfinimento: le condizioni di lavoro erano talmente dure che molti perdevano la vita, salvo essere sostituiti dai convogli di detenuti che regolarmente arrivavano nei lager. Ma a questo bisogna aggiungere le percosse, le umiliazioni e tutte quelle vessazioni che non possono essere descritte se non da chi le ha vissute, e chi ha provato a descriverle ha rischiato di non essere creduto, in quanto la realtà concentrazionaria, totalmente fuori da ogni logica, è paradossalmente, anche se vera, poco verosimile.
È difficile quantificare quanti omosessuali sono morti per mano del nazionalsocialismo, un po' perché la categoria degli omosessuali è trasversale (esistono gay fra gli ebrei come fra i prigionieri politici ecc.) un po' perché bisognerebbe tenere conto di chi è morto in seguito a uno degli esperimenti medici di cui parlavo poc'anzi, di chi si è suicidato, di chi è morto in prigione e così via. Grosso modo, si tende ad avanzare delle cifre dell'ordine delle centinaia di migliaia.
E dopo la guerra? La Liberazione non risolse i problemi degli omosessuali tedeschi, tutt'altro. In primo luogo, il Paragrafo 175, nella versione modificata da Hitler, rimase in vigore fino agli anni Sessanta (1969 nella Germania Ovest), quando fu nuovamente modificato, e stavolta in senso positivo: ora restava in vigore unicamente una discriminazione legata all'età del consenso, 18 anni contro i 16 anni per i rapporti eterosessuali. La legge fu comunque abrogata definitivamente solo nel 1994. Ma il problema fu anche un altro, forse ancora più grave: le vittime omosessuali della barbarie nazista infatti, oltre a disagi psicologici dovuti alle atrocità subite nei campi, oltre alle pressioni sociali (si immagini la vita di un uomo in un piccolo paesino di provincia dove tutti conoscono il vero motivo del suo internamento!) devono anche subire l'umiliazione di vedersi rifiutare qualunque forma di risarcimento, che veniva loro negato in virtù del loro status di “criminali comuni”. L'idea era che, in un certo senso, la punizione, per quanto sproporzionata, era stata “meritata”: dopotutto il Paragrafo 175 era già in vigore prima dell'ascesa al potere di Hitler. Gli omosessuali tedeschi quindi, non potendo disporre di un risarcimento, furono costretti a lavorare, nonostante le loro gravi condizioni fisiche e psichiche.
L'umiliazione, quindi, e il silenzio, visto che fino agli anni Settanta non sarebbe stato possibile vivere il proprio orientamento sessuale alla luce del sole e con serenità, in quanto restava il pericolo di essere denunciati ed arrestati. Nonostante la fine della dittatura, si può insomma dire che i gloriosi anni 20 della Repubblica di Weimar e del dottor Hirschfeld restavano un lontano ricordo. Non solo la vita gay di quegli anni non era rinata, ma nemmeno era finita la sofferenza della solitudine e della clandestinità, del silenzio.

Bibliografia:

Jean Boisson, Le triangle rose: la déportation des homosexuels, 1933-1945, Paris, Laffont, 1988 ;
Massimo Consoli, Homocaust, Milano, Kaos, 1991;
Le ragioni di un silenzio: la persecuzione degli omosessuali durante il nazismo e il fascismo, Circolo Pink (a cura di), Verona, Ombre corte, 2002;
R/esistenze lesbiche nell’Europa nazifascista, Paola Guazzo, Ines Rieder, Vincenza Scuderi (a cura di), Verona, Ombre corte, 2010.

Filmografia:

Rob Epstein, Jeffrey Friedman, Paragraph 175, 2002